Autore: RiAbitare Rho

  • Rho “Città Universitaria” o Città Vetrina? La priorità è il diritto alla casa

    🎓 Il Comune di Rho con il convegno “Una casa per chi studia, una città per crescere” ha rilanciato l’idea di “Rho città universitaria”. Un’espressione che suona moderna, attrattiva, dinamica. Ma dietro le parole occorre guardare la sostanza. La cosiddetta “città universitaria” rischia di essere solo un nuovo nome per la “città vetrina”: una città pensata per chi arriva, consuma e riparte, più che per chi la abita tutto l’anno. Una città che misura il proprio successo in posti letto temporanei invece che in diritti garantiti.

    🙋 Per i rhodensi la priorità non è moltiplicare formule di ospitalità, ma riuscire ad avere un tetto sopra la testa a condizioni sostenibili. La discussione sullo studentato diffuso non può diventare un alibi per spostare il baricentro delle politiche pubbliche dall’abitare stabile all’accoglienza temporanea. I numeri forniti da Regione Lombardia mostrano che l’offerta di posti letto per gli ipotetici studenti in arrivo Rho esiste già, ed è in crescita.

    🏠 Oggi sono 1.853 i posti letto complessivi in ambito extra-alberghiero. Tra il 25 settembre 2025 e il 10 febbraio 2026 con il miraggio delle Olimpiadi le strutture sono passate da 389 a 413, mentre i posti letto sono cresciuti da 1.713 a 1.853. Una crescita trainata soprattutto da “case e alloggi privati”: abitazioni residenziali sottratte al mercato ordinario e convertite in ricettività.

    👎 Il problema è evidente. Ogni casa trasformata in stanza per soggiorni brevi è una casa in meno per chi cerca un affitto stabile. Gli affitti brevi competono direttamente con il mercato ordinario: riducono l’offerta, aumentano la pressione sui canoni, rendono più fragile l’equilibrio sociale e arricchiscono i soliti noti.
    Se davvero si vuole attrarre studenti, si utilizzino prima le strutture extra-alberghiere già esistenti, senza erodere ulteriormente il patrimonio abitativo residenziale. Non si può chiamare “città universitaria” un modello che continua a drenare case dal lungo periodo.

    📣 Nel frattempo, i dati ufficiali del Piano triennale e annuale dell’offerta abitativa dell’Ambito del Rhodense parlano chiaro: nell’ultimo anno 878 famiglie hanno presentato domanda di alloggio popolare. Nel triennio 2026–2028 sono previsti solo 132 alloggi SAP su tutto l’Ambito.

    👉 Questo è il cuore della questione. Non la retorica dell’attrattività, ma il diritto all’abitare. Le risorse pubbliche devono concentrarsi su edilizia residenziale pubblica, recupero del patrimonio inutilizzato, regolazione degli affitti brevi e strumenti che garantiscano stabilità alle famiglie. Una città giusta non si costruisce moltiplicando le camere temporanee, ma garantendo case stabili.

    ✊ Rho non ha bisogno di un nuovo slogan. Ha bisogno di una politica abitativa che metta al centro chi la vive.

    SOS Fornace
    Sportello Sociale
    RiAbitare Rho

  • Olimpiadi insostenibili: Rho is not for rent! Case per le persone, non per AirBnB

    📣 Questa mattina attivist* per il diritto alla casa dello Sportello Sociale di SOS Fornace e della campagna RiAbitare hanno esposto lo striscione “Rho is not for rent” davanti all’Expo Residence di via Pace 23 a Rho, struttura ricettiva che oggi è adibita all’ospitalità di breve periodo.

    🧳 L’azione denuncia pubblicamente la turistificazione del territorio legata all’”economia dell’evento” che da Fiera ad Expo fino alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina sta trasformando sempre più case di Rho in strutture ricettive. L* attivist* hanno spiegato le ragioni della protesta ai passanti speakerando al megafono e mostrando cartelli con slogan contro la desertificazione sociale di una città sempre più a misura di turista e non di abitante, e contro uno spazio urbano ridisegnato dalla rendita e dai profitti a scapito dei bisogni dei prori abitanti.

    💰 Bnbook, che gestisce l’Expo Residence, propone servizi di gestione per mettere a reddito immobili e promette ai proprietari un guadagno “maggiorato dal 35% al 50%” rispetto all’affitto tradizionale. L’edificio di via Pace è stato costruito nel 2007, avviato con affitti tradizionali e poi convertito alla ricettività con Expo 2015. A Rho Bnbook gestisce anche un altro residence, con una decina di unità, e 25 altri appartamenti. Complessivamente gli alloggi in gestione a Bnbook sono 180.

    🏠 A Rho i posti letto extra‑alberghieri (1.713) superano quelli alberghieri (1.241) e, dentro l’extra‑alberghiero, il blocco “Case e alloggi privati” pesa per 1.399 posti letto. In pratica, è l’intero stock abitativo cittadino che si sta muovendo verso il breve periodo. Questo produce un effetto di sostituzione: meno case per chi vive e lavora a Rho tutto l’anno, più pressione sui canoni, più competizione per chi cerca un affitto stabile.

    🚠 Expo ieri, Olimpiadi oggi: cambia il marchio, resta il modello. In queste ore, mentre partono le prime competizioni e si entra nella settimana di apertura ufficiale dei Giochi, denunciamo il legame tra “grande evento” e rendita. Quando l’orizzonte diventa l’ospite temporaneo, la casa smette di essere un diritto e diventa un asset.

    🥌 L’azione di oggi si inserisce nelle iniziative diffuse lanciate dal CIO (Comitato Insostenibili Olimpiadi) per opporsi alle nocività olimpiche, verso le Utopiadi e il grande corteo nazionale di sabato a Milano contro le Olimpiadi più insostenibili di sempre e la città messa a profitto.

    SOS Fornace
    RiAbitare

  • Nella Rho “città olimpica” la vera priorità rimane il diritto alla casa

    A meno di un mese dall’apertura dei Giochi Olimpici Invernali Milano-Cortina 2026, con la Fiera pronta a ospitare lo speed skating e le gare di hockey su ghiaccio, il Comune di Rho è concentrato sulla promozione del grande evento, tra iniziative pubbliche e vetrine dedicate. Ma mentre Rho si tira a lucido per mostrarsi al mondo, i dati ufficiali sull’abitare raccontano un’altra storia. Per chi vive e lavora nella nostra città, la priorità non sono i Giochi Olimpici, ma la possibilità di avere un tetto sopra la testa. Liste d’attesa infinite per un alloggio popolare, sfratti, affitti fuori portata e precarietà abitativa restano problemi strutturali irrisolti. La scintillante vetrina olimpica dura poche settimane. L’emergenza casa, invece, continuerà anche dopo che lo show olimpico sarà concluso. Ed è su questo terreno che si misura davvero la capacità di un’amministrazione di rispondere ai bisogni reali della propria comunità.

    I numeri ufficiali dell’Ambito del Rhodense

    Il Piano triennale e il Piano annuale dell’offerta abitativa – approvati dall’Assemblea dei Sindaci il 18 dicembre 2025 – mostrano una situazione drammatica, ulteriormente aggravata dalla perdurante assenza di politiche abitative in grado di fornire una risposta adeguata ai bisogni del territorio.

    Per i circa 174.000 residenti dei nove Comuni dell’Ambito del Rhodense, il patrimonio complessivo di alloggi destinati ai Servizi Abitativi Pubblici (SAP) supera di poco le 2.000 unità (990 comunali e 1.032 di proprietà ALER). Si tratta di una consistenza di stock che non coincide con gli alloggi effettivamente assegnabili, perché include unità già assegnate o temporaneamente indisponibili. Al patrimonio SAP si affiancano 20 alloggi comunali di Servizi Abitativi Sociali (SAS) e 51 SAS di proprietà ALER, mentre l’offerta di Servizi Abitativi Transitori (SAT) è estremamente limitata (7 alloggi), pur rappresentando lo strumento principale per la gestione delle emergenze. Inoltre, siccome programmazione e assegnazioni avvengono su base d’Ambito, gli alloggi che si rendono disponibili nel Comune di Rho rientrano nel bacino di domanda di tutti i residenti dell’Ambito, non esclusivamente dei residenti di Rho.

    Quante case pubbliche ci sono davvero

    Per il Comune di Rho questo si traduce in 20 alloggi SAP comunali e 15 SAP ALER, oltre a 2 SAS e a un solo alloggio SAT sull’intero triennio, per un volume di assegnazioni che si attesta mediamente su poco più di una decina all’anno.

    In presenza di una crescente pressione della domanda abitativa, come dimostrato dal fatto che nell’ultimo anno 878 famiglie hanno presentato domanda di alloggio popolare, nel triennio 2026–2028 l’offerta abitativa prevede tuttavia soltanto 132 alloggi SAP, 11 SAS e 7 SAT sull’intero Ambito Rhodense.

    Considerando le sole domande raccolte allo Sportello Unico d’Ambito (che rappresentano oltre il 50% del totale), la quota di nuclei con ISEE compreso tra 10.140 e 16.000 euro – la cosiddetta “fascia grigia”, che non rientra nei sostegni per i più poveri ma non riesce a sostenere i prezzi di mercato – è passata dall’11,4% al 19,9%.

    Il 22,8% dei nuclei ha inoltre dichiarato di presentare per la prima volta una domanda di accesso all’edilizia residenziale pubblica, segnale che l’emergenza abitativa sta coinvolgendo anche soggetti che finora avevano trovato soluzioni nel mercato privato.

    Mercato degli affitti inaccessibile e patrimonio non utilizzato

    A Rho le famiglie in affitto sono circa 4.500, a fronte di oltre 17.000 famiglie proprietarie. Il canone medio di mercato è pari a 9,35 €/m², sensibilmente superiore alla media dell’Ambito (7,91 €/m²), collocando Rho tra i comuni più cari del territorio.

    A Rho, secondo una ricerca del Politecnico di Milano del 2020, risultano circa 1.550 abitazioni “potenzialmente disponibili” riconducibili a medi e grandi proprietari (soggetti che possiedono almeno 6 abitazioni in piena proprietà). In un contesto di affitti elevati e crescente difficoltà di accesso alla casa, la presenza strutturale di migliaia di alloggi potenzialmente vuoti a Rho rappresenta una contraddizione che richiede politiche attive di messa a disposizione del patrimonio inutilizzato.

    Accordi locali a favore della rendita immobiliare

    Il Piano segnala inoltre una situazione anomala sugli accordi locali per il canone concordato a Rho. Nel 2024 sono stati depositati due accordi distinti, entrambi caratterizzati da valori medi al metro quadro molto elevati. Tali importi rendono i canoni concordati in alcuni casi allineati o persino superiori ai valori di mercato. Ne deriva il rischio di affitti non sostenibili per un’ampia parte di popolazione. In pratica, lo stesso strumento che dovrebbe produrre affitti accessibili viene trasformato – anche per scelta degli attori che lo sottoscrivono – in un meccanismo che spinge verso l’alto i prezzi.

    Un’emergenza abitativa sempre più strutturale

    Rho non è solo città olimpica. È al centro di trasformazioni urbane già in corso: l’insediamento delle facoltà scientifiche della Statale a MIND, i progetti di “studentato diffuso” che sottraggono alloggi al mercato ordinario per destinarli a studenti fuori sede e la spinta agli affitti brevi in vista dei Giochi Milano-Cortina 2026 rischiano di alimentare ulteriormente la pressione sugli affitti e di esporre la città a nuovi processi speculativi.

    Questo quadro è descritto nero su bianco da documenti istituzionali del territorio. Non è una previsione astratta: è il contesto reale in cui si troveranno a vivere, fra poche settimane, le famiglie rhodensi mentre avranno inizio le Olimpiadi invernali a pochi chilometri da casa.

    Le richieste della campagna RiAbitare Rho

    Alla luce di questi dati, RiAbitare Rho torna a chiedere al Consiglio comunale e a tutte le forze politiche di assumere impegni verificabili per fronteggiare l’emergenza abitativa e non semplici dichiarazioni di principio. Le richieste, già al centro di una petizione per l’uso sociale dello sfitto privato depositata lo scorso novembre e tuttora in attesa di riscontro da parte dell’amministrazione comunale, sono chiare:

    – Istituzione di un registro comunale delle case sfitte, con obbligo di dichiarazione annuale e sanzioni in caso di omissione.

    Sospensione delle agevolazioni IMU sui canoni concordati fino a quando un accordo locale non garantirà davvero canoni calmierati e non prezzi di mercato mascherati.

    Applicazione della TARI piena sulle case sfitte dei grandi proprietari.

    – Creazione di un Fondo per il Diritto all’Abitare, alimentato proprio dalle entrate IMU e TARI recuperate su case vuote e falsi “canoni calmierati”.

    Incremento consistente degli alloggi popolari, anche destinando a questo obiettivo gli oneri di urbanizzazione dei nuovi interventi edilizi.

    Requisizione temporanea degli immobili lasciati vuoti da anni, da attivare nei casi in cui i proprietari non mettano a disposizione gli alloggi per l’affitto a canoni calmierati.

    Una città che ospita Olimpiadi all’insegna dell’inclusione e della sostenibilità non può ignorare che centinaia di famiglie non sanno come continuare a pagare l’affitto o attendono da anni l’assegnazione di un alloggio popolare.

    Come RiAbitare Rho chiediamo che il Comune utilizzi la “legacy” olimpica non solo come occasione di immagine, ma come leva per politiche concrete sul diritto alla casa.

  • Studentati a MIND, anatomia di una speculazione: come la rendita immobiliare nega il diritto allo studio

    In costruzione due nuovi studentati nell’ex area di Expo 2015, 1.152 posti letto legati a un piano economico‑finanziario di un fondo immobiliare. Il prezzo “pieno” di un posto a tariffa calmierata è di 425 euro al mese. E ogni richiesta di canoni accessibili diventa un attacco al modello di rendita costruito su MIND.

    Da Expo a MIND: un’enclave per la rendita

    Per capire cosa sta succedendo rispetto agli studentati in fase di realizzazione a MIND bisogna tornare indietro a 10 anni fa, quando l’area Expo smette di essere un’esposizione universale e rischia di diventare una cattedrale nel deserto: cosa fare di un milione di metri quadri iper‑infrastrutturati, pagati a caro prezzo con soldi pubblici, ma senza un acquirente?

    Nel 2011 nasce Arexpo, società a maggioranza pubblica partecipata da Regione Lombardia, Comune di Milano, Fondazione Fiera Milano, Provincia di Milano e Comune di Rho, con un compito preciso: comprare le aree, metterle a disposizione di Expo 2015 Spa e poi ‘valorizzarle’ nel dopo Expo.

    A favore di Expo 2015 spa viene costituito un diritto di superficie per costruire i padiglioni, Arexpo resta proprietaria dei terreni.

    Nel 2014, prima ancora che l’esposizione apra i cancelli, Arexpo tenta la carta più semplice: vendere tutto in blocco con una gara internazionale. Non si presenta nessuno. L’area è troppo grande, troppo incerta, troppo rischiosa.

    È in quel vuoto che nasce MIND – Milano Innovation District: un distretto misto pubblico‑privato, diviso in 28 stralci funzionali, con tre “ancore” pubbliche di peso – nuovo ospedale Galeazzi, Human Technopole, campus scientifico dell’Università Statale – a fare da magneti per la valorizzazione immobiliare.

    Nel 2020 il Programma Integrato di Intervento (PII) MIND viene approvato congiuntamente dalle giunte di Rho e di Milano.

    La grande area ex Expo non è più solo un terreno: è un pezzo di città da riempire di funzioni e mettere a rendita.

    Lendlease, Arexpo e il campus: l’università come garanzia a lungo termine

    Per rendere bancabile l’operazione, serve un grande sviluppatore privato. Una gara individua Lendlease come partner. Arexpo gli concede diritti di superficie per 99 anni su una fetta enorme del sito, attraverso una “concessione base” e una “concessione aggiuntiva”. In cambio, Lendlease paga canoni, anticipi, realizza urbanizzazioni, accetta vincoli su servizi e housing sociale.

    Il campus scientifico della Statale viene a sua volta affidato in project financing: la società di progetto Academo srl (Lendlease) costruisce gli edifici e li gestisce per trent’anni, mentre l’università paga un canone annuo omnicomprensivo di circa 20 milioni di euro per 30 anni. Il campus, insomma, è contemporaneamente: un’infrastruttura universitaria; un flusso garantito di cassa per il privato; un tassello fondamentale per dare valore al distretto.

    Intorno a questo asse si incastrano le “opere ancillari”: tra queste, gli studentati convenzionati per gli studenti del campus.

    Due studentati, un fondo immobiliare: chi garantisce il diritto allo studio?

    La residenza universitaria, nel PII MIND, non è un elemento di contorno. È uno degli strumenti con cui Arexpo e il soggetto attuatore devono assolutamente dimostrare di rispondere a un vincolo preciso: realizzare almeno 30.000 m² di “housing sociale”, anche sotto forma di studentati e abitazioni a canone convenzionato.

    Con la determinazione dirigenziale 746/2025, il Comune di Milano approva gli schemi di convenzione per la gestione di due residenze per studenti dentro il PII MIND, negli stralci funzionali A04 e A14. Il soggetto attuatore è il Fondo Cervino – Comparto B, gestito da REAM SGR, mentre il soggetto gestore è Pro Habitare srl.

    Non stiamo parlando di un dormitorio universitario tradizionale, ma di un’operazione immobiliare di un fondo chiuso riservato a investitori professionali.

    Synapsis: lo studentato che “fa” housing sociale

    Localizzato nel lotto 4.3 all’interno dello stralcio funzionale A04, sviluppa fino a 14.000 m² di Superficie Lorda di Pavimento Pubblica (SLPP) destinata a studentato. Di questi, nella convenzione di gestione si cristallizzano 12.497 m² effettivi di SLPP a residenza universitaria, che concorrono alla quota di housing sociale dell’Accordo di Programma. La residenza ospiterà 506 posti letto, tutti “convenzionati”: 200 posti DSU (tariffa calmierata), 306 posti a tariffa convenzionata.

    Genesis: lo studentato che non è housing sociale

    Nello stralcio funzionale A14, lotto 14.1, vengono localizzati fino a 18.000 m² di SLPP per un secondo studentato. La convenzione ne dettaglia 13.982 m² per residenza universitaria, più 603 m² per bar/ristorazione. Qui i posti letto sono 646, così ripartiti: 200 posti DSU (tariffa calmierata); 346 posti a tariffa convenzionata. C’è poi il tema delle permanenze brevi. La Convenzione urbanistica di MIND prevede che in tutti gli studentati i posti letto che restano liberi possano essere affittati solo per periodi molto brevi, comunque non superiori a un mese. In più, nel secondo studentato – quello sullo stralcio A14 – è previsto un blocco strutturale di 100 posti “short stay”, regolati da contratti di massimo trenta giorni, non rinnovabili. Nel primo studentato, quello di housing sociale sullo stralcio A04, questi 100 posti non ci sono, ma anche lì il gestore può usare i letti non assegnati a DSU o convenzionati per permanenze brevi. In pratica, entrambi gli studentati possono funzionare, nei vuoti, come ricettività a tempo molto ridotto; Genesis, in più, ha un pezzo di struttura pensato fin dall’inizio per il turn over rapido.

    Questo secondo studentato non concorre alla quota di housing sociale. È definito come “servizio di interesse pubblico e generale” ai sensi dell’art. 5.4 della Convenzione Urbanistica: non è housing sociale, ma un servizio che aumenta lo “standard qualitativo” dell’area.

    Sommando i due corpi si arriva a un totale di 1.152 posti letto, di cui 400 DSU, 652 convenzionati e 100 di breve durata.

    Quanto costa davvero un posto “calmierato”?

    La parte forse più interessante non sta nelle premesse, ma nelle tabelle allegate alle convenzioni: gli estratti del Piano Economico‑Finanziario (PEF) per i due studentati.

    Nel Piano economico-finanziario dello studentato dello stralcio A04, i posti destinati al diritto allo studio prevedono per un letto in camera doppia all’interno di un appartamento condiviso un canone mensile di 285 euro, cui si aggiungono 140 euro obbligatori per i servizi (utenze, pulizie, wi-fi, gestione degli spazi comuni). Il costo complessivo è 425,20 euro al mese per undici mesi l’anno per ogni posto letto DSU.

    Le convenzioni non dicono quanto di questa cifra paghi lo studente, parlano solo di tariffe “calmierate”. I famosi 250 euro al mese sono la quota che il gestore – in dichiarazioni pubbliche – indica a carico dello studente: il resto dovrebbero coprirlo università ed enti per il diritto allo studio con soldi pubblici. Per il fondo, però, il posto DSU continua a valere 425 euro: il calmiere non riduce la rendita, la sposta sui bilanci pubblici.

    Posti convenzionati, permanenze brevi, servizi: la macchina dei ricavi

    Le tabelle del PEF dei lotti A04 e A14 non fissano solo le tariffe, ma anche il tasso di riempimento atteso: per i posti annuali DSU e convenzionati viene stimata un’occupazione media del 98%, mentre per le permanenze brevi a tariffa giornaliera, compresi i 100 posti “short stay” di Genesis, il tasso di occupazione dei posti è del 60%. Su queste ipotesi il piano economico stima circa 9,8 milioni di euro: circa 3,85 milioni dal primo studentato (Synapsis) e 5,95 milioni dal secondo (Genesis), sommando canoni e servizi per gli 11 mesi accademici e il periodo estivo. A fronte di costi operativi complessivi nell’ordine di 4,9 milioni di euro l’anno, il margine lordo per rientrare dell’investimento e remunerare il capitale si aggira quindi su quasi 5 milioni di euro l’anno. Non è il bilancio di una struttura di welfare, ma quello di un asset immobiliare progettato per generare un flusso stabile di rendita.

    Come previsto dalle convenzioni, canoni e tariffe dei servizi sono quelli del PEF e possono essere indicizzati all’inflazione; eventuali contributi pubblici (per esempio PNRR) permettono di rivedere il piano, ma “fermo restando l’equilibrio economico‑finanziario della gestione”. In altre parole, non si tratta di una struttura di welfare: è un asset immobiliare progettato per produrre un flusso stabile di rendita.

    Quando l’housing sociale non è più sociale

    Da una parte, la Convenzione Urbanistica e l’Accordo di Programma parlano di housing sociale, servizi di interesse pubblico, diritto allo studio, residenze universitarie come “servizio alla città”.

    Dall’altra, la razionalità economica usa un altro vocabolario: tariffe, “occupancy”, costi operativi, rendimento.

    Per il Comune e per la retorica pubblica, l’intervento serve a “rispondere alla crescente domanda abitativa degli studenti e a sostenere lo sviluppo del campus universitario”. Per il fondo, serve a rientrare di un investimento immobiliare e a garantire un ritorno stabile agli investitori.

    La promessa di uno studentato “di interesse pubblico” per il diritto allo studio poggia su un equilibrio molto stretto: 400 posti DSU che nel PEF valgono comunque 425 euro al mese a letto, calmierati solo grazie a contributi pubblici; criteri ISEE che selezionano chi entra ma non abbassano le tariffe; la speranza che qualche fondo PNRR consenta aggiustamenti senza toccare l’equilibrio economico‑finanziario. In pratica, lo studentato MIND è “di interesse pubblico” solo finché il pubblico non mette in discussione il piano di rientro.

    Abbassare i canoni: un tabù contabile, non una legge di natura

    Qui sta il nodo politico. Quando si chiedono studentati davvero accessibili la risposta è sempre la stessa: “non si può”. I canoni sono fissati nel Piano economico-finanziario, che è stato approvato dal Comune. Quindi, ogni ritocco rischierebbe di rompere l’“equilibrio economico‑finanziario” della gestione. Ma questo equilibrio non è una legge di natura: è il risultato di scelte precise. Si è deciso di affidare gli studentati a un fondo immobiliare privato e di garantirgli un certo rendimento. Cambiare i canoni è possibile, ma significa decidere chi paga quella differenza: ridurre il margine del fondo, aumentare il contributo pubblico oppure rimettere mano al modello MIND, spostando spazio e risorse dalla rendita all’housing sociale vero. Dire “non si può” è, in fondo, un modo elegante per dire che non si vuole toccare la rendita immobiliare.

    MIND, Rho e il territorio: un distretto che vive su due città

    C’è poi un ultimo elemento, che spesso scompare nella narrazione milanocentrica: MIND non è solo Milano.

    Il PII è stato approvato congiuntamente dalle giunte di Milano e Rho; la Convenzione Urbanistica è firmata anche dal Comune di Rho, che partecipa alla definizione di housing sociale, servizi, funzioni di interesse pubblico.

    L’accesso principale al distretto, per chi arriva in treno o in metro, è la stazione Rho‑Fiera. Gli studentati, il campus, le strutture sanitarie e di ricerca vivranno, ogni giorno, di flussi che attraversano Rho: studenti che cercano casa in affitto, lavoratori che si spostano, servizi che si spingono oltre il perimetro dell’ex area Expo.

    Parlare di studentati MIND significa quindi parlare anche di politica urbana a Rho: quale housing sociale, quali affitti privati, quale spazio per chi resta fuori dal recinto brillante del distretto.

    Chiamare le cose con il loro nome

    Se si leggono le carte ufficiali, lo studentato di MIND appare come un servizio di interesse pubblico, un pezzo di housing sociale pensato per “rispondere alla domanda abitativa degli studenti” e garantire “un alto livello di qualità dei servizi”. Se però si passa ai Piani economico‑finanziari, il quadro cambia: qui la residenza universitaria è trattata come un prodotto finanziario, con un investimento intorno ai 100–110 milioni di euro e un margine lordo per ripagare debito e remunerare gli investitori.

    È tra questi due piani – il linguaggio del servizio pubblico e quello dell’asset immobiliare – che si decide il futuro concreto del diritto allo studio: non solo per i 1.152 posti letto di MIND, ma per tutti i nuovi studentati che arriveranno, da Città Studi al resto dell’area metropolitana. Se continuiamo a chiamare “di interesse pubblico” oppure “housing sociale” ciò che è progettato prima di tutto per far tornare un piano di rientro dal debito, ogni battaglia per canoni accessibili verrà presentata come tecnicamente impossibile e politicamente irragionevole. La posta in gioco, in fondo, è questa: smettere di chiedere alla città di adattarsi ai piani dei fondi immobiliari e pretendere che siano i fondi ad adeguarsi al diritto alla città.

  • RiAbitare: consegnate in Comune le prime 200 firme della petizione per l’uso sociale delle case sfitte a Rho

    Oltre 200 concittadin* hanno sottoscritto la petizione della campagna RiAbitare. Oggi le firme sono state consegnate in Comune.

    Con questa petizione chiediamo a tutte le forze politiche di Rho di misurarsi con le proposte concrete della campagna, perché non basta più riconoscere che l’emergenza abitativa è un dramma solo quando ci sono gli sfratti, con qualche frase di circostanza. Ora servono risposte.

    Ricordiamo le richieste della campagna:

    Nei prossimi anni Rho attraverserà importanti trasformazioni urbane, influenzate anche dalla vicinanza con Milano. L’arrivo delle facoltà scientifiche della Statale a Mind, il progetto di studentato diffuso – un’operazione di marketing territoriale che sottrae case al mercato ordinario per offrirle agli studenti fuori sede aumentando i profitti immobiliari – e le dinamiche legate alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026 rischiano di spingere ancora più in alto gli affitti e di trasformare la città in un terreno di speculazione.

    La campagna RiAbitare chiede alle forze politiche che siedono in consiglio comunale di assumersi le proprie responsabilità. Non più slogan o dichiarazioni di principio, ma un impegno pubblico a discutere, calendarizzare e realizzare scelte coraggiose sul diritto all’abitare.